Molfetta Bene Comune

Di   03/07/2012

Rifondare la città
MOLFETTA BENE COMUNE

Se negli ultimi 5 anni…
Un tuo parente o una persona a te vicina
è stata costretta per lavoro a lasciare Molfetta…
Hai sentito rabbia per lo sperpero di risorse naturali,
economiche e culturali presenti a Molfetta…
Almeno una volta hai pensato che le strade, le piazze,
i parchi, le periferie di Molfetta fossero in uno stato di abbandono…
Non hai avuto una sola volta la possibilità di decidere
su una questione importante riguardante Molfetta…
Hai provato insoddisfazione per le solite persone
nei soliti posti di comando a fare le solite politiche…
…allora ti consigliamo la lettura
di questo documento

MOLFETTA AL TEMPO DELLA CRISI
La discussione sul futuro di Molfetta non può prescindere dalla considerazione relativa allo scenario generale
di crisi in cui ci ritroviamo. Una crisi economico-finanziaria che si manifesta anche sul versante sociale e
coinvolge la sfera della cultura e della politica. Una crisi che sta cambiando e cambierà la scena del mondo e
dell’Europa a cui siamo stati abituati negli ultimi venti anni.
Sono arrivati al pettine della verità i nodi delle bugie che in questo ventennio i seguaci del libero
mercato, della competitività e della precarietà dei diritti hanno diffuso con la complicità di intellettuali e
organi di informazione asserviti.
In tutti questi anni ci hanno venduto la favola dello sviluppo globale in cui inserirsi competitivamente
per approfittare delle opportunità offerte dal capitalismo, chiedendo sacrifici e rinuncia ai diritti del lavoro
e dello stato sociale in cambio di maggiore benessere ed opportunità.
Ebbene la crisi oggi è realtà, e la realtà ha la testa più dura di tutte le favole che in questi anni ci hanno
raccontato i vari protagonisti della politica, anche qui a Molfetta.
È fallito il progetto di uno sviluppo sganciato dai limiti che ogni territorio e le risorse finite impongono. È
fallita l’idea che si possa crescere quantitativamente a dismisura senza porsi il tema della qualità del
progresso e della coesione sociale delle comunità e della redistribuzione dei rischi, dei guadagni e delle
risorse in senso egualitario. È fallito il sogno di una società atomizzata fatta di individui in competizione
l’uno con l’altro nella corsa all’arricchimento e ci stiamo risvegliando più poveri, più precari e più esclusi.
Ogni alternativa culturale e politica non può che ripartire da questi temi fondamentali, anche qui a
Molfetta.
Che relazione c’è tra la crisi e la nostra città?
La crisi non è solo un problema di finanza pubblica, anzi l’indebitamento privato (banche e imprese)
insieme a quello della bilancia commerciale italiana sono per certi versi ancora maggiori.
La crisi riguarda fondamentalmente quell’idea di sviluppo secondo cui all’interno del mondo globale ogni
territorio (locale) doveva mettersi in condizione di lanciarsi nello spazio globale per attrarre occasioni e
opportunità. È in crisi l’idea per cui, mettendosi in competizione, i territori si procurano automaticamente il
benessere.
Ricordiamo quando noi eravamo critici e ci opponevamo agli insediamenti commerciali nella nostra zona
industriale e i governanti di questi anni, insieme a tanti cittadini, cercavano di zittirci dicendoci: “ma se
questi gruppi non vengono a Molfetta, andranno a Bisceglie, Giovanizzo, Trani o altrove”, dipingendoci come
nemici del benessere di Molfetta.
Qualcuno ha il coraggio di difendere ancora ciecamente le scelte di sviluppo fatte in questi anni?
La città che oggi abitiamo è una città in cui sono quasi scomparsi come forze trainanti i settori primari
tradizionali (agricoltura e pesca), sostituiti da un settore terziario (servizi e commerci) espansosi a scapito di
territorio agricolo e altre attività tradizionali. In misura minore vi è stata espansione artigianale e
manifatturiera, perlopiù riallocata in contesti extraurbani (le zone artigianali). Abitiamo una città che ha
immaginato se stessa e il suo avvenire su alcuni assi principali:
− l’espansione edilizia;
− la creazione di insediamenti produttivi extra-urbani;
− la costruzione del nuovo porto commerciale.

UN BILANCIO DI QUESTI ANNI
Proviamo ad avanzare un bilancio provvisorio e rapidissimo di questa idea di città.
In primo luogo, l’espansione edilizia prevista dall’ultimo Piano regolatoreapprovato nel 2001 (e attorno a
cui sono ruotate le vicende politiche degli anni Novanta) ha raggiunto la linea della statale 16bis,
consentendo un fenomeno molto limitato di rientro di molfettesi emigrati tant’è che la popolazione è scesa
sotto i 60.000 abitanti.
Tralasciando per un attimo gli aspetti ambientali e idrogeologici, dopo dieci anni non c’è una maggiore
facilità di procurarsi il bene-casa o un sensibile calo dei prezzi. Paradossalmente vi è una offerta
sproporzionata di case senza che sia risolto il problema dell’accesso a questo bene fondamentale, con la
presenza rilevante di un ceto imprenditoriale legato all’edilizia, ai proprietari di suoli e relativo indotto
professionale che hanno rappresentato uno dei punti di forza del centrodestra.
In secondo luogo, il processo di creazione di nuove zone produttive extra-urbanehanno prodotto una nuova
“città” che nelle intenzioni dei gruppi dominanti di questi anni avrebbe dovuto significare sviluppo e crescita
per tutti. Dopo venti anni possiamo riscontrare i dati seguenti:
− non è diminuita l’emigrazione (a quella manuale non assorbita nelle costruzioni dell’edilizia locale si è
aggiunta quella intellettuale);
− la creazione di una zona industriale prevalentemente assorbita da gruppi commerciali della grande
distribuzione non ha assorbito la domanda di lavoro, specie giovanile, ma anzi ha prodotto effetti
negativi sul tradizionale commercio urbano, senza contare che questi grossi gruppi commerciali in
qualsiasi momento potrebbero trovare altrove maggiori convenienze;
− le aziende presenti nelle nuove zone produttive – pur registrando settori e realtà positive – fortemente
segnate da un’impronta familiare sono lontane da una logica di consorzio ed essendo inserite in una
filiera economica di subappalto e produzione in conto terzi sono esposte perciò all’andamento del
mercato intermini di subordinazione a committenze più robuste. L’attuale crisi – come ogni crisi del
resto – scarica i suoi costi soprattutto sugli anelli deboli delle filiere e della catena economica: in tale
contesto non vale lo stupido motto del “piccolo è bello” molto di moda qualche tempo fa, perché chi “è
piccolo” di questi tempi ha più probabilità di perire.
Infine, l’idea della realizzazione del nuovo porto commerciale. Tralasciando momentaneamente le critiche
in ordine alla gestione e ai tempi di realizzazione, concentriamoci sulla portata economica dell’opera e
sull’idea in sè.
L’idea di base ancora una volta è stata questa, comune e trasversale agli schieramenti: nel mondo
globale la politica ha il compito di creare opportunità e infrastrutture che consentano al territorio di stare in
rete, attrarre flussi e investimenti, “lanciando in orbita” il territorio locale.
Proviamo anche qui a fare un bilancio astenendoci da ogni considerazione di carattere puramente
gestionale (i ritardi, le penali pagate e da pagare): i flussi di merci in questa crisi sono dati al ribasso e
sembra perdere quota l’idea della Puglia – e di Molfetta – come porta d’Oriente e snodo strategico della
movimentazione di merci (e idee).
La Puglia e Molfetta come snodi di attraversamento di prodotti altrove realizzati: è qui il punto debole
dell’idea di sviluppo di Molfetta che abbiamo sotto gli occhi, un’idea sorpassata dalla realtà della crisi.
L’idea degli snodi logistici, dei punti nevralgici della rete derivanti da un’idea dello sviluppo globale
immaginato come spazio vuoto in cui ognuno si mette in competizione.
Si sono chiesti e prodotti sacrifici (di diritti e di territorio) per realizzare strutture e progetti finalizzati non
a realizzare produzioni materiali (o immateriali) ma servizi, trasporti (connessi al settore commerciale),
ovvero attività esposte alle intemperie della congiuntura economica. Altra debolezza è l’assenza di
caratterizzazione prevalente della nostra zona artigianale e la sua dipendenza da subappalti e subforniture:
in altre parole ciò che si realizza non è chiesto principalmente dal territorio circostante ma da territori più
distanti che in qualsiasi momento potrebbero rivolgersi ad altri fornitori o contoterzisti.
Questa è la debolezza del nostro tessuto economico in questa scenario di crisi. Le fortune delle realtà
economiche locali dipendevano in periodi di crescita più “dall’esterno” che “dall’interno”, ovvio che questa
dipendenza in un periodo di crisi costituisca una debolezza profonda. E mentre le grosse realtà della
distribuzione commerciale possono chiudere e cercare altri lidi tale possibilità è fuori dalla portata delle
realtà economiche locali. In definitiva e in estrema sintesi, negli ultimi vent’anni Molfetta ha sviluppato
attività e settori costitutivamente fragili poiché prevalentemente esposti all’esterno senza sviluppare al
contempo filiere e fissare paletti che consentissero una qualche forma di “sovranità” e tutela per le realtà
locali del territorio.
La capacità di sottrarsi alla visione ideologica per cui bisognava a tutti costi intercettare investimenti e
creare infrastrutture per entrare nei circuiti più grandi aveva basi fragili che oggi la crisi sta rivelando, al di
là di tutta la propaganda e le favole che si possono raccontare:
− il ciclo del “mattone” non produce vantaggi per i cittadini che domandano casa;
− i nuovi insediamenti artigianali e industriali non hanno legami forti con il territorio locale bensì legami
subalterni con ciò che sta fuori del territorio locale;
− la grande opera portuale, oltre a essere in ritardo, rischia di essere inutile una volta realizzata per via
degli scenari futuri in cui i flussi calano e ogni macro-area globale si rivolge al suo interno.

IL CENTRODESTRA E LA CRISI
Quanto tracciato finora – da approfondire e controllare ulteriormente – consente di capire che la forza del
centrodestra in questi anni non è stata soltanto la figura e la ricchezza dei mezzi economici messi in campo
dal Sindaco Azzollini ma la sua assoluta e perfetta adesione ideologica a questa idea di sviluppo portata alle
estreme conseguenze ovvero senza le moderazioni del centrosinistra.
In questi anni il centrodestra ha sempre affermato relativamente alla realizzazione del nuovo porto
commerciale: “noi realizziamo la stazione affinché i treni passino trovandovi convenienza”. In tempi di
vacche grasse chi chiedeva “e se i treni non dovessero trovare convenienza a passarci?” veniva
sbrigativamente etichettato come anti-sviluppista, anti-moderno e legato a schemi passati, oggi che la realtà
economica è recessiva la debolezza del modello di sviluppo risalta prepotentemente.
È bene ragionare come opposizione non solo sul clientelismo spicciolo, sulla ricchezza finanziaria di
Azzollini, sulla sua presenza nei circuiti economici extraterritoriali, sul tentativo di privatizzare pezzi di
ricchezza comune ma riflettere sulla presa che in questo decennio ha avuto l’“Azzollini-pensiero” sul
cittadino medio.
Quante volte qualcuno avrà pensato: “il sindaco-senatore sarà pure un po’ allergico alle regole, sarà
pure un po’ ruspante o cafone, sarà pure uno che in campagna elettorale spende e spande (rendendo
difficile per i competitori stare su quel piano) ma Azzollini propone e rappresenta lo sviluppo delle zone
produttive extra-urbane e il nuovo porto. Qual è l’alternativa?”. Non è sufficiente dunque, per quanto
necessario, inchiodare Azzollini alle sue responsabilità sulla gestione e l’attuazione di piani e opere; questi
rilievi servono a fare un onesto lavoro di opposizione ma non ci si può limitare a ciò in questa fase generale e
locale di crisi sistemica.
Sarebbe facile essere dipinti ancora una volta come opposizione piagnona o ostruzionistica oppure come
chi critica (ad es. l’opera portuale) solo perché non è lui a gestirla. Il livello di critica da sviluppare, più
profondo, deve essere l’attacco alla visione di sviluppo e progresso sbandierata in questi anni.
È questa visione che non ha risolto i problemi del lavoro e dell’emigrazione dei molfettesi, che ha
peggiorato la qualità della vita del molfettese, che ha sperperato le risorse del territorio e l’ambiente senza
dare nulla in cambio se non il degrado delle strade, dei quartieri, delle regole della civile convivenza.

IL CENTROSINISTRA E LA CRISI
Sarebbe necessario quindi che l’opposizione di centrosinistra proponesse una visione di città alternativa non
come semplice critica del modo in cui Azzollini sta gestendo la cosa pubblica, ma come critica dell’idea
profonda di città che sta portando avanti.
In questa fase di crisi è sbagliato criticare il centrodestra soltanto perché non attua e gestisce
efficientemente quel che ha progettato, ma è essenziale criticare in sè il modello di città del centrodestra,
la sua fragilità costitutiva per guadagnare consensi di pezzi d’impresa, del lavoratore dell’edilizia e del
precario della zona artigianale o industriale, oltre che del mondo del lavoro dipendente (più orientato
tradizionalmente verso il centrosinistra).
Ovviamente ciò significa per il centrosinistra riguardare criticamente al proprio passato, significa
approfittare della crisi economica generale e del locale del centrodestra per rivoluzionare la sua idea di
progresso e di mercato autoregolantesi e foriero di opportunità sempre e comunque (idee in larga parte
egemoni anche nel campo del centrosinistra in questo ventennio di Seconda Repubblica).
La difficoltà sta nel rivedere alcuni presupposti di fondo, senza rinunciare ovviamente all’opera di
opposizione quotidiana sulle piccole cose, ma il salto di qualitàsi avrà solo se si sarà capaci di riconnettere
le piccoli opposizioni di ogni giorno all’idea generale di città. Non si può essere l’alternativa semplicemente
morale e perbene al centrodestra (si tratta di un requisito fondamentale, ovviamente necessario ma
insufficiente a vincere la partita) poiché si rischierebbe di gestire lo stesso programma di fondo e gli stessi
processi con il rischio che a sembrare più adeguati nella gestione di questi processi sembrino gli uomini del
centrodestra percepiti a volte come più scafati e intraprendenti.
Si tratta cioè di demolire l’idea dello sviluppo del sindaco e del centrodestra locale, fare un bilancio dei
fallimenti in campo urbanistico, edilizio, economico e delle opere pubbliche.
In assenza di questo lavoro, pubblico ma anche approfondito in sedi opportune, esito disastroso e già
sperimentato nel recente passato potrebbe essere la creazione di una coalizione allargata con attrazione di
pezzi di ceto politico interessati a battere la “monarchia azzolliniana” per sostituirla con una “oligarchia”,
lasciando immutati gli assi economici, le visioni, le pratiche e le abitudini mentali (corporative e
conseguentemente clientelari) dei portatori d’interesse.
Questa ipotesi di “larga coalizione” ha l’ulteriore difetto di “ghettizzare” ancora di più le forze del
centrosinistra “storico” che decidono in tale quadro di delegare l’interlocuzione con pezzi economici e
imprenditoriali a gruppi politici centristi e ondivaghi (che alla prima occasione si ricollocano organicamente
a destra).

LA SINISTRA E LE OPPORTUNITA’ OFFERTE DALLA CRISI
Cambiare il governo della città, inteso come governo dei processi che contano a Molfetta, è possibile ma
serve un grosso, lucido e paziente lavoro politico a partire dalla discussione sulla visione di quella che
vorremmo fosse Molfetta nel prossimo decennio.
Non più la visione del decennio appena trascorso, attardata a inseguire uno sviluppo edilizio con larghe
concessioni alla grande distribuzione commerciale oppure una grande opera attorno a cui fare girare tutto il
resto, né lo sfregio ambientale e clientelare perpetrato con la politica di “privatizzazione” dei poteri e delle
ricchezze pubbliche.
È necessario rilanciare la centralità delle istituzioni pubblichein modo da renderle capaci di risolvere i
problemi reali: dalla qualità della vita e dell’ambiente alla mobilità, dall’energia al ciclo dei rifiuti, dalla
casa al lavoro, dalla cultura alla democrazia dal basso e alla educazione civica degli uomini e le donne che
abitano la città. Non più il pubblico come semplice regolatore del “traffico privato” ma come pianificatore
ed elemento attivo di equilibrio per il sistema-città.
Si tratta in parole povere di elaborare una visione e una proposta politica alternativa che restituisca a
Molfetta “sovranità” economica e politicasul presente e sul futuro, uno sviluppo equilibrato in cui la sorte
della città non dipenda prevalentemente da circuiti esterni ma da relazioni interne sempre più coese e
vantaggiose.
Il tessuto civile ed economico per quanto sfregiato dalla arroganza del potere attuale e segnato a volte
da un’eccessiva dose di frammentazione e corporativismo dei vari mondi e realtà associative, tuttavia
presenta ancora segni di vivacità intellettuale nonché di insofferenza morale per le pratiche politico-amministrative correnti.
Bisogna però recidere con una proposta alternativa quel legame tra pezzi di città che trovano ancora più
conveniente e credibile la proposta del centrodestra. Non è sufficiente puntare per noi (e per il
centrosinistra) sul fatto di essere “puliti” e onesti, bisogna battere il centrodestra sul piano della capacità di
prospettare un altro futuro, un’altra sostenibilità economico-sociale-ambientale per Molfetta e per quella
parte del mondo produttivo e associativo non legato a doppio filo al centrodestra.
È necessario pertanto tenere insieme iniziativa di opposizione per “strada” su singoli temi (per
infastidire il manovratore) e contemporaneamente usare questi spazi di iniziativa su specifiche questioni
come occasioni per veicolare una proposta generale di alternativa socio-economica.
Una proposta che abbia i requisiti per parlare a quanti politicamente sono disorientati o ancora orientati
verso destra ma la cui “fede ideologica” in quella parte è stata messa a dura prova dalla crisi iniziata nel
2008. Una proposta di governo da costruire con quanti condividono le riflessioni precedenti e chiedono di
contribuire a rifondare la città, facendone un Bene Comune da tutelare e salvaguardare nelle risorse e nei
diritti fondamentali. Una proposta di governo da costruire nella pari dignità con soggetti singoli e collettivi
che vogliano collaborare in questo frangente delicato di crisi della nostra città.
In quanto partito ci sentiamo in dovere di avanzare responsabilmente questo abbozzo di lettura della
città e di proporre alcune azioni sui cui chiamare la città al confronto nonché obiettivi irrinunciabili per
un’alternativa reale di governo, seguendo alcune linee guida: Riciclare, Ripristinare, Rigenerare,
Riscattare, in una sola parola, Rifondare la città.

RICICLARE
Obiettivo: “rifiuti zero” e autosufficienza energetica delle strutture pubbliche
Azioni

  • riattivazione dell’impianto di compostaggio a gestione pubblica;
  • raccolta differenziata a domicilio estesa e nuovo sistema premiante di tariffazione (chi più differenzia,meno paga);
  • diminuzione della produzione a monte di rifiuti da parte di privati e soggetti economici;
  • riorganizzazione e “ripubblicizzazione” delle aziende partecipate/municipalizzate “multiutilities” (Asm/Mtm/Multiservizi), anche in una logica consortile o di ambito (Comuni limitrofi), per avere un braccio operativo che realizzi le azioni precedenti e si occupi di pianificazione energetica.

RIPRISTINARE
Obiettivo: innalzamento della qualità della vita
Azioni

  • piano di riqualificazione bioarchitettonica dell’abitato e del costruito esistente (centro urbano e periferie) e blocco all’espansione e al consumo di territorio;
  • nuova mobilità centro-quartieri (nuovo piano del traffico);
  • ripensamento e pianificazione delle zone litoranee (D4), lungomare Colonna e waterfront nel suo complesso;
  • razionalizzazione del commercio cittadino, delle strutturre mercatali e delle strutture sportive.

RIGENERARE
Obiettivo: rigenerazione economica della città, senza ricorrere a nuove espansioni urbanistiche (speculazione del “mattone”) o alla grande opera impattante (ad es. nuovo porto commerciale)
Azioni

  • riqualificazione delle aree produttive, nel rispetto dei vincoli ambientali ed idrogeologici;
  • implementazione di consorzi pubblico-privato nel settore delle produzioni immateriali, ad alto contenuto tecnologico-scientifico e della meccanica di precisione;
  • riorganizzazione delle strutture mercatali all’ingrosso (mercato ittico e ortofrutticolo)e sostegno al commercio urbano strozzato dalla grande distribuzione;
  • inserimento beni naturalistici e storico-architettonici nei circuiti turistici ed enograstronomici attraverso la promozione di un marchio “Molfetta” da istituire e programmazione culturale partecipata;
  • favorire relazioni di cooperazione internazionale con l’area mediterranea e programmi di mobilità e scambi formativi giovanili;
  • gestione pubblica, socialmente utile ed economicamente produttiva del patrimonio immobiliare comunale disponibile.

RISCATTARE
Obiettivo: favorire metodicamente con sedi, mezzi e istituti giuridici, una partecipazione responsabile alla scelte amministrative impedendo l’arroccamento delle strutture politiche e burocratiche
Azioni

  • organismi consultivi per sport e cultura con poteri di co-programmazione nella gestione di eventi e strutture;
  • bilancio “sociale” trasparente e quota bilancio tramite procedure partecipative;
  • riconoscimento dei comitati di quartiere e istituzione della Consulta dei quartieri;
  • revisione della pianta organica, razionalizzazione dei settori comunali e informatizzazione;
  • ricorso a dirigenti interni assunti per concorso e non più nominati politicamente dall’esterno, meccanismi di rotazione permanente dei dirigenti;
  • creazione dei centri sociali di quartiere.

Se nei prossimi 5 anni…
hai voglia di Rifondare la città
per rigenerare la sua economia,
il suo territorio, la sua amministrazione
È ora di fare
MOLFETTA BENE COMUNE

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Un commento il “Molfetta Bene Comune

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