Voza su Giuseppe di Vittorio

Di   17/03/2009

La democrazia sindacale e la “comprensione critica di se stessi”
di Pasquale Voza

Sul piano del senso comune, anche (se non soprattutto) in riferimento alle coscienze giovanili, quella che si potrebbe chiamare la cultura diffusa del revisionismo ha finito coll’imporre un Novecento seccamente semplificato e “liberato” della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato, che si può ricondurre ad una nuova forma di “americanismo”, inteso come terreno esemplare di caduta netta di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell’uno e dell’altro. E ciò, in generale, si sposa bene con l’estetica televisiva imperante, con i suoi codici e il suo linguaggio, con il suo pervasivo potere sovradeterminatore di spettacolarizzazione. Ebbene, ad onta delle generose e insieme acute considerazioni dell’attore Pierfrancesco Favino (presenti nell’intervista rilasciata a “Liberazione” sabato scorso), si deve dire che la fiction televisiva, Pane e libertà , incentrata sulla figura di Giuseppe Di Vittorio, é profondamente connotata da un’epica mèlo, che non ne costituisce solo la cifra stilistica ma ne diventa il vero contenuto (“lo stile é la cosa”, diceva a suo tempo De Sanctis).
Tuttavia ciò non toglie, anzi rende ancora più necessario, che si torni a riflettere criticamente sulla straordinaria esperienza politica, culturale, umana del grande dirigente sindacale, sugli aspetti e i significati della sua lezione. Lo scrittore lucano Carlo Levi ebbe a dire che Di Vittorio “era una figura rara, di chi aveva conservata intatta la sua prima natura, il modo di porsi nel mondo di un bracciante”.
Questa notazione sulla conservazione intatta della prima natura é utile, in qualche modo, per comprendere un nodo essenziale della storia di Di Vittorio, il suo passaggio dal sindacalismo rivoluzionario al comunismo e insieme la sua capacità di far rivivere dentro di sè la spinta fondativa di quella prima esperienza in forme del tutto peculiari. Gramsci, già nell’ Ordine Nuovo , ma poi ancora più decisamente nei Quaderni , criticava severamente il sindacalismo teorico (espressione con la quale egli intendeva riferirsi anche al sindacalismo rivoluzionario), e lo giudicava una forma di catastrofismo, l’altra faccia del liberismo economico e politico, con cui di fatto condivideva la separazione di economia e politica, ma con una funzione politica opposta, dal momento che, volendo essere l’ideologia di un gruppo subalterno, esso finiva col perpetuarne la condizione di subalternità. Ma é anche vero che lo stesso Gramsci, al tempo di Alcuni temi della quistione meridionale , aveva affermato che il sindacalismo rivoluzionario era “l’espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco con la borghesia e per un blocco coi contadini e in primo luogo coi contadini meridionali”.
Ebbene la lotta, la passione tenacissima di Di Vittorio per la democrazia sindacale si nutriva, in forme nuove, di quell’antico spirito di scissione. Il famoso episodio dell’accordo che, inviso ai lavoratori, fu stracciato da lui con un deciso, “clamoroso” gesto simbolico, ci parla di questo, di una idea di democrazia sindacale come terreno di connessione organica dei lavoratori, come terreno fondamentale di soggettivazione politica, di “comprensione critica di se stessi” (Gramsci), di formazione della coscienza politica (e sarebbe altresì da interrogare la sua visione dei rapporti tra la forma-partito e la forma-sindacato). Si tratta certamente di una lezione assai viva oggi, nel tempo delle democrazie oligarchiche, delle derive neo-corporatiste e concertative del movimento sindacale, della frammentazione atomistica della società, nel tempo in cui i processi di soggettivazione critica e antagonistica sono quasi uccisi, resi impossibili dalla dilatazione tendenzialmente totalitaria del capitalismo post-fordista.
In una fase storica difficilissima, tra il ’49 e il ’50, Di Vittorio e la Cgil elaborarono e proposero il “Piano del Lavoro” per tentare una fuoriuscita politica dallo stato di isolamento e di repressione in cui versavano il movimento operaio e il sindacato. Ma esso fu soprattutto – come osservò Trentin in un convegno del ’75 – “il tentativo di saldare tutta la tematica dell’unità sindacale con un disegno di ricomposizione dell’unità di classe intorno a obiettivi che costituissero un’alternativa positiva alla rottura lacerante dell’equilibrio politico e sociale preesistente”. Quella di Di Vittorio fu, insomma, una peculiarissima, “drammatica” e radicale internità al mondo del lavoro e al movimento operaio: ciò motiva e spiega, fino in fondo, l’autonomia dalla posizione del suo Partito e la condanna dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel ’56: egli afferma solennemente che “il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale”.
Vorrei concludere con un episodio emblematico, che racchiude la figura e l’opera di Di Vittorio. Ne ha parlato Bruno Trentin, nel 1992, in occasione del centenario della nascita. Era il congresso della FSM nel 1954. Di Vittorio era relatore su “Problemi e obiettivi dei movimenti sindacali nei paesi del terzo mondo”: la sua relazione aveva incontrato un dissenso quasi insuperabile in tutti i sindacati dei paesi dell’est e anche nei sindacati di tradizione comunista di molti paesi occidentali. La “bestemmia” – ricorda Trentin – era quella di parlare di un grande sindacato protagonista con una grande funzione dirigente nazionale, laddove in tutti i continenti, alla testa non poteva che esserci il partito mentre il sindacato non poteva che venire dopo.
Per replicare a questo dissenso, egli si rivolse ai delegati al congresso, ai tanti lavoratori del terzo mondo, dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina e, chiamandoli a rispondere al suo appello, disse: “Vedo davanti a me tante facce, vedo dei neri, vedo di quelli che sono proprio neri neri; vedo dei bianchi, dei gialli, dei mezzi neri come me, ma tutti insieme, con voi, siamo il sindacato di domani”. Il congresso esplose in un grandissimo applauso liberatorio: forse era stata la sua “prima natura” (di cui aveva parlato Carlo Levi), e la comprensione critica di se stessa, a suscitargli quelle parole.

pubblicato su Liberazione del 17/03/2009

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