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Il titolo può sembrare una battuta di dubbio gusto, considerando il principale carburante che alimenterà la costruenda centrale a biomasse Powerflor nel territorio agricolo della nostra Molfetta. Invece è volutamente ispirato ad un rapporto di Greenpeace, Come ti friggo il clima, pubblicato a novembre dello scorso anno e che
dimostra l’inevitabile necessità di porre fine alla deforestazione al fine di prevenire la perdita di biodiversità e combattere il cambio climatico proprio nel paese che
ha accolto a Bali il secondo round delle negoziazioni del protocollo di Kyoto. Questo il link diretto per il download del rapporto.
Perchè riprenderlo su questo blog? Per continuare a fornire utili strumenti per approfondire la questione, certamente non semplice, della sostenibilità dell’importazione di olio di palma come carburante ai fini della sostituzione delle fonti fossili e dell’abbattimento delle emissioni di CO2 in atmosfera. Ed anche per capire perchè l’olio di palma ha costi estremamente bassi sul mercato: Continua a leggere: anche a Molfetta friggeranno il clima nell’olio di palma
A proposito di biomasse liquide, per la precisione olio di palma, che verrà bruciato nella centrale Powerflor di Molfetta, vi propongo un interessante articolo di Sabina Morandi pubblicato su Liberazione, tanto per migliorare l’idea di “sostenibilità” di certe scelte energetiche:
Se per riempire il serbatoio di un Suv è necessario tanto mais quanto basterebbe per nutrire una persona per un anno intero, la conta del disastro è presto fatta. Negli Stati Uniti – dove cresce il 40% del mais del pianeta – le coltivazioni si stanno rapidamente riconvertendo grazie ai sussidi diretti e agli incentivi fiscali e di qui a pochi anni la metà dei raccolti potrebbe essere destinata alla raffinazione.
In Brasile invece, dove gli esperimenti con la benzina di derivazione vegetale sono in corso da decenni, più che riconvertire si taglia la foresta primaria, fondamentale per l’equilibrio del disastrato clima globale. Peccato che una volta disboscato, il suolo dell’Amazzonia è quanto di meno fertile si possa immaginare: dopo due o tre anni si trasforma in un deserto, e le coltivazioni energetiche vanno spostate altrove.
L’apporto che i biocarburanti ricavati dalle coltivazioni di cereali, barbabietole, canna da zucchero e colza, potrebbero dare all’abbandono dell’economia petrolifera non è facile da valutare. Ci ha provato il gruppo di Berkeley che ha condotto uno studio scientifico apparso su Science spezzando una lancia a favore dell’etanolo, l’alcol di derivazione vegetale che negli Stati Uniti rappresenta il 2% delle miscele di carburante utilizzate su strada. I ricercatori hanno condotto una rigorosa analisi di sei studi precedentemente pubblicati, due dei quali liquidavano l’impiego dei biocombustibili come antieconomico perché, conti alla mano, la produzione di etanolo sembra richiedere più energia di quanta ne restituisca. L’ultimo studio ribalta questi risultati, sia pure con i dovuti distinguo: le coltivazioni energetiche possono comportare un minor consumo di petrolio rispetto alla produzione di benzina e può ridurre del 10-15% l’immissione di gas serra nell’atmosfera. A patto però che la transizione verso l’etanolo avvenga solo ricavando l’alcol non dai cereali ma dalla cellulosa, cioè dalla conversione per fermentazione batterica della fibra legnosa. Metodi troppo costosi e inutilizzabili, per il momento, a meno che non vengano spesi un po’ di soldi per finanziare la ricerca e lo sviluppo delle nuove tecnologie.
L’attuale generazione di biocombustibili è quindi sostanzialmente antieconomica ma si tiene a galla grazie alle enormi sovvenzioni (negli Stati Uniti) e alla bolla speculativa (Brasile e Indonesia) che premia comunque gli imprenditori che disboscano – facendo salire le azioni delle loro società – prima ancora di seminare il primo raccolto. Se poi questo si rivelerà magro poco importa: i profitti sono assicurati dal mercato azionario anche se ci si è lasciati alle spalle il deserto. E visto che il Brasile di Lula sembra fermamente deciso a cavalcare la sua posizione avanzata nel settore dei biocombustibili, e non disdegna affatto l’impiego di mais o soia geneticamente modificati, il destino degli ultimi alberi secolari del pianeta potrebbe essere già segnato, con conseguenze drammatiche per il mondo intero. Continua a leggere: Ancora su biocarburanti e biomasse liquide
A proposito della sostenibilità di certe scelte energetiche vi sottoponiamo un interessante articolo: Affamare il mondo di energia. Questo il passaggio che ci preme sottolineare:
La “ situazione folle ”, in effetti, è già in atto, come ha denunciato la stessa Agenzia Europea per l’Ambiente, notando come i biocarburanti ottenuti con tecnologie di prima generazione non usino la biomassa in modo tale da consentire riduzioni nell’uso di combustibili fossili e nell’emissione di gas serra.
Continua a leggere i biocarburanti che affamano i popoli della Terra
Nel caso qualcuno si ponga il quesito “ma vale la pena approviggionare una centrale a biomasse liquide con una filiera lunga?” ecco uno spunto per riflettere
a certification scheme for biofuels and promised a clampdown on biodiesel from palm oil which is leading to forest destruction in Indonesia. Some analysts doubt that “sustainable” palm oil exists because any palm oil used for fuel simply swells the demand for the product oil on the global
Continua a leggere biomasse liquide… poco bio!
A che serve una centrale a biomasse in un territorio con uliveti, frutteti e orti ed è caratterizzato dall’assenza di boschi? I timori sono gli stessi, cambia la collocazione geografica ma la sostanza no! Anzi, senza andare fuori dalla Puglia è interessante quanto hanno scritto nel salento: il punto di vista dell’AIEL.
Consiglio anche la lettura di “una centrale a biomasse a 1000 km dalle biomasse”.
E per farsi le domande e trovare le
Continua a leggere centrali a biomasse o termovalorizzatori?
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